Consigli essenziali per una nutrizione ottimale dedicata agli sportivi di endurance

La periodizzazione nutrizionale condiziona le adattamenti metabolici molto più del solo volume di allenamento. Un atleta di endurance che applica gli stessi apporti per tutto l’anno perde leve fisiologiche decisive, in particolare la flessibilità metabolica e la capacità di ossidazione dei substrati ad alta intensità.

Ossidazione dei carboidrati a 90 g/h: protocollo e rapporto glucosio-fruttosio

Le raccomandazioni storiche limitavano l’apporto esogeno di carboidrati a 60 g all’ora durante sforzi prolungati. Questo limite corrispondeva alla capacità di trasporto intestinale del glucosio da solo tramite il trasportatore SGLT1.

La norma attuale spinge verso 90 g di carboidrati all’ora grazie al rapporto glucosio-fruttosio. Combinando glucosio e fruttosio (generalmente un rapporto 1:0,8), si sollecita simultaneamente il trasportatore SGLT1 per il glucosio e il GLUT5 per il fruttosio. Il risultato: un’ossidazione esogena nettamente superiore, senza un aumento proporzionale dei disturbi gastro-intestinali.

Raccomandiamo di testare questo protocollo in allenamento almeno sei-otto settimane prima di una competizione. L’intestino si adatta progressivamente a questi volumi glucidici, un processo designato con il termine di gut training. Aumentare bruscamente gli apporti il giorno della gara provoca gonfiori, crampi e talvolta abbandono. Per approfondire la nutrizione su Ultra Sport, i protocolli di campo dettagliano questa salita progressiva.

Anche la scelta del vettore glucidico conta. I gel concentrati richiedono un’assunzione di acqua concomitante, mentre le bevande isotoni integrano idratazione e apporto energetico nello stesso gesto. Durante sforzi di diverse ore, alternare solido, semi-liquido e liquido limita la stanchezza digestiva.

Ciclista in trail che si idrata e consuma gel energetici durante uno sforzo di endurance in foresta

Allenamento a digiuno e fat-max: quando limitare i carboidrati ha senso

La restrizione glucidica mirata (train low) non è una moda. Si basa su un meccanismo documentato: riducendo la disponibilità glicogenica durante alcune sessioni, si stimola la biogenesi mitocondriale e l’espressione di enzimi lipolitici.

L’obiettivo non è eliminare i carboidrati ma toglierli al momento giusto. Una sessione di endurance fondamentale realizzata a digiuno o con riserve glicogeniche parzialmente esaurite costringe l’organismo a attingere maggiormente agli acidi grassi. A lungo termine, questa flessibilità metabolica permette di preservare il glicogeno muscolare per le fasi di alta intensità in competizione.

La messa in atto richiede rigore:

  • Programmare le sessioni train low solo su intensità basse (zona 1, zona 2). Qualsiasi sessione di soglia o di intervallo richiede riserve glicogeniche piene per evitare una degradazione della qualità dello sforzo e il rischio di infortuni.
  • Mantenere un apporto proteico sufficiente attorno alla sessione a digiuno per limitare il catabolismo muscolare, con almeno uno spuntino proteico nell’ora successiva.
  • Non eseguire più di due sessioni train low a settimana durante la fase di carico di allenamento, per evitare di passare a un deficit energetico relativo (RED-S).

Finestra post-sforzo e recupero: cosa cambia realmente il timing

La finestra metabolica post-sforzo è oggetto di dibattito da anni. Osserviamo che la sua importanza varia a seconda della frequenza di allenamento. Per un atleta che esegue due sessioni nella stessa giornata o che corre sei giorni su sette, l’apporto glucido-proteico nei 30-45 minuti successivi allo sforzo accelera la risintesi del glicogeno.

Per un atleta che si allena una volta al giorno con 24 ore tra ogni sessione, il bilancio calorico e la distribuzione durante la giornata contano di più rispetto alla precisione del timing. La risintesi glicogenica avviene comunque nelle ore successive, a condizione che l’apporto totale sia coperto.

In pratica, un pasto di recupero efficace combina carboidrati a indice glicemico moderato-alto e proteine complete. Riso bianco, patate, pasta ben cotta associati a pollo, pesce o un prodotto lattiero coprono il fabbisogno. Le bevande di recupero commerciali sono un accorciamento logistico accettabile, non un obbligo fisiologico.

Sodio e idratazione nell’endurance lunga: oltre l’acqua naturale

La perdita di sodio tramite il sudore varia notevolmente da un atleta all’altro. Alcuni perdono nettamente più sodio di altri a intensità e temperatura uguali. Durante prove di oltre tre ore, bere solo acqua senza apporto di sodio espone a iponatriemia, un rischio che i piani di idratazione standard sottovalutano.

L’aggiunta di sodio nella bevanda di sforzo (sotto forma di pastiglie, sale o tramite una bevanda elettrolitica dosata) migliora l’assorbimento intestinale dell’acqua, mantiene il volume plasmatica e riduce il rischio di crampi. Raccomandiamo agli atleti di testare il loro tasso di sudorazione durante sessioni lunghe per regolare la concentrazione di elettroliti nella loro bevanda.

Corridore di endurance in recupero che consuma un frullato proteico e alimenti ricchi di nutrienti in uno spogliatoio sportivo

Potassio e magnesio come integratori

Il sodio attira l’attenzione, ma il potassio e il magnesio partecipano alla contrazione muscolare e alla trasmissione nervosa. Una dieta ricca di verdure, frutta, frutta secca e legumi copre generalmente questi fabbisogni senza ricorrere all’integrazione. L’integrazione di magnesio si giustifica solo su conferma di una carenza biologica, non sulla base di crampi isolati.

Un piano nutrizionale di endurance si costruisce durante l’allenamento, non la vigilia della gara. Ogni variabile (apporto glucidico orario, strategia train low, timing di recupero, concentrazione di sodio) deve essere testata in condizioni reali. Gli atleti che performano il giorno della gara sono quelli che hanno ripetuto il loro protocollo nutrizionale tanto quanto le loro sessioni di intervallo.

Consigli essenziali per una nutrizione ottimale dedicata agli sportivi di endurance